di
Dario De
Notaris
«640kb
dovrebbero bastare per chiunque». A esprimere
questa affermazione fu Bill Gates nel 1981, riferendosi
all’impossibilità del sistema MSDOS di gestire un
carico di memoria superiore nonché della non necessità di
tale gestione. A distanza di 26 anni, non ci si esprime più
in termini di kilobyte ma di terabyte: si pensi che in 1
terabyte di dati possono essere immagazzinati circa 1400
CD-Rom o 212 DVD da 4,7 GB. Perché questa corsa ad
aumentare la memoria? Perché la profezia di Gates non si è
verificata? La questione è che negli ultimi 20 anni sono
cambiate molte cose nel settore dell’informatica e in
quello sociale.
Il rapporto dell’uomo con la tecnologia è sempre
stato legato alla ricerca di un risparmio di tempo e di
spazio. L’invenzione della ruota, così come degli
altri mezzi di spostamento (navi, auto, aerei), era
finalizzata al percorrere lunghe distanze in meno tempo.
Anche l’invenzione di armi da caccia più sofisticate
avevano lo stesso fine: catturare la preda, che in alcuni
casi poteva essere più veloce dell’essere umano, in
meno tempo. Ma l’invenzione dei mezzi di locomozione
si muove su binari paralleli a quelli della comunicazione.
Come scrive Flichy, «nella storia si è spesso sentito il
bisogno di sistemi di comunicazione più veloci e che
potessero raggiungere pubblici più ampi. Si sono
sperimentate molte forme sociali nuove per trovare modi di
utilizzo delle tecnologie in via di sviluppo».
L’utilizzo o meno di questi mezzi, li ha fatti
sostituire e sopravvivere alle generazioni. Il telefono ha
una lunga storia alle spalle, ma il suo fine (valido
tutt’oggi) era quello di mettere in contatto persone
distanti tra di loro in tempo reale. Anche la radio, prima,
e la televisione, poi, avevano la stessa missione:
trasmettere un messaggio ad un pubblico vasto, sia
numericamente che geograficamente. Accorciare le distanze,
spaziali e temporali. A partire dagli anni ’80
l’industria tecnologica ha compiuto passi rapidi,
sempre per cercare di battere tali distanze: e non solo
sulla Terra stessa, ma anche al di fuori di essa. Si pensi
alle missioni spaziali. L’invenzione di internet,
ovvero il collegamento di due computer distanti tra loro,
risale al 1969, ma bisognerà attendere il 1991 affinché
diventi il Web che conosciamo noi oggi: una serie di pagine
collegate tra loro attraverso delle parole chiave, dei
link.
Nasce la Rete, intesa come una fitta connessione di
computer e di pagine: quindi di informazioni. Nel momento
in cui si dovevano trasmettere dati, ovvero bit, ovvero
informazioni, tra tutti questi computer, era necessario che
tali computer fossero dotati di sistemi di memorizzazione
superiori ai 640kb: basti pensare che un – ormai
vecchio – floppy contiene 1,44Mb ovvero poco più del
doppio delle aspettative di Gates. La programmazione di
sistemi operativi e comunque software in generale, negli
anni ’80 si muoveva sull’economia di spazio:
era necessario programmare avendo un limite di un floppy.
Allora, qualcuno forse se ne ricorderà, Ms-Dos come le
prime versioni di Windows e dei sistemi Apple, venivano
distribuiti su numerosi floppy. Con lo sviluppo tecnico e
la realizzazione delle memorie di massa, anche i software
sono migliorati: si è passati dall’interfaccia
testuale a quella grafica, evidentemente più esosa di
risorse. Oggi i software vengono distribuiti su CD/DVDRom,
se non scaricati direttamente da internet. E parliamo di
una media di 1Gb a software, senza supporto materiale ma
liquido.
Si è soliti fare questo esempio: dieci anni fa per scrivere
una relazione, una ricerca, era necessario muoversi
fisicamente e recarsi in una biblioteca; poi cercare da
indici cartacei i libri che potevano interessarci; dovevamo
leggerli rapidamente per capire se effettivamente
contenevano ciò che cercavamo. Oggi, comodamente a casa
nostra, accendiamo il computer, inseriamo delle parole
chiave e ci vengono restituite numerose informazioni legate
a tali termini. Abbiamo un accesso all’informazione
più rapido: discreto in quanto possiamo saltare da
un’informazione all’altra senza dovercele
leggere tutte. Certo, il problema oggi è quello del
filtraggio delle informazioni, l’ipertinenza della
quale parla de Kerckhove. E per risolvere questo ostacolo,
negli ultimi anni si è cercato di organizzare questi dati.
Facciamo un nuovo passo indietro, per mostrare come
l’organizzazione delle informazioni non sia stata
certo un problema solo del web. Millenni fa alcune
popolazioni si resero conto che era difficile ricordare
tutto, tramandarsi tutte le leggende, le norme, i valori,
le credenze, di generazione in generazione, oralmente. Si
iniziò con lo stilare delle liste, dei semplici archivi, di
merci, di persone. Si passò poi alla scrittura delle Leggi.
Poi si cominciò a scrivere i propri pensieri, così che
tutti potessero leggerli. Con l’invenzione, secoli
dopo, della stampa, si risolse anche qui il problema della
diffusione: tutti potevano avere copia di un libro, fedele
all’originale nei contenuti e non più vittima di
errori amanuensi, ovunque fossero. Il cerchio si chiude e
nuovamente, con il web, questa disponibilità nello spazio e
nel tempo si ripresenta in miglior modo. Ma la connessione
con l’organizzazione delle informazioni nel web è da
rintracciare nel fatto che il primo uso della scrittura fu
proprio quello di archiviare degli oggetti o delle persone:
di listarli. L’archiviazione elettronica è collegata
ad una parola chiave: database. Tutto ciò che esiste al
mondo può essere catalogato, etichettato, archiviato: in
una sola parola, conservato. E successivamente
recuperabile, in qualsiasi momento. Ma, come abbiamo
scritto prima, la ricerca non è poi così ottima e facile.
Troppe sono le informazioni e il computer non è una mente
umana: non è in grado di vedere tutte le proprietà e i
contenuti di un’informazione, di un file, se non gli
vengono fornite. Dall’uomo.
In questi anni si tende a suddividere l’evoluzione
del web in 3 fasi: la prima vedeva la nascita della Rete
come collegamento di pagine tramite link. La seconda è la
nascita, a partire dalla fine degli anni ’90, di
pagine web più elaborate, che poggiano già su un database e
che organizzano i contenuti: è la nascita dei gruppi di
discussione, poi dei forum, infine dei blog. Le
informazioni sono catalogate e reperibili. Inoltre, è
questa la vera novità, sono indicizzate. I motori di
ricerca si muovono anch’essi su una struttura a
database sondando la rete con degli Spider, ovvero software
che analizzano il contenuto di tutti i siti che vengono
pubblicati sulla rete. Con gli anni questi software si sono
migliorati, cercando di affinare la ricerca. Ma un aiuto è
arrivato anche da coloro che inserivano i contenuti nella
rete: l’invenzione dei tag, ovvero parole chiave
rilevanti associate ad una particolare informazione, come
un’immagine, un testo, un video, e che ne descrive le
proprietà. Nel suo incontro a Napoli, due anni fa, David
Weinberger propose un sistema informatico che,
automaticamente, mettesse insieme immagini, testi, audio,
video, basandosi solo sulle descrizioni che erano state
associate a tali oggetti. Il risultato era una pagina
dinamica che univa, in una connessione logica, prodotti
mediali diversi. Il suo motto era: Everthing
is miscellaneous. Con questa
affermazione, Weinberger tendeva a sottolineare come tutto
sia mescolabile, in un unico grande calderone, ma –
al tempo stesso – ordinabile e catalogabile, secondo
logiche umane.
La nostra mente può non ricordare tutto: allora usiamo
rubriche, elenchi, agende. Ma quante volte ricordiamo di
avere un’informazione, scritta da qualche parte, ma
non sappiamo dove. Utile sarebbe quindi
l’archiviazione della nostra vita. Ed è, nei fatti,
una condizione già esistente, forse non del tutto
manifesta. Quando usiamo una carta di credito o una
semplice tessera al supermercato, quando effettuiamo una
ricerca su internet, se vediamo dei prodotti, quando
visitiamo un sito, tutte le nostre azioni vengono tracciate
e registrate. Viene creato un nostro profilo in quanto
consumatore-utente. Tutto qui? Il passo al pensare che
anche altre informazioni, ancor più professionali, vengano
registrate, è breve. Si rifletta sulla questione della
privacy, tornata fortemente in auge negli ultimi dieci
anni, proprio in seguito all’evoluzione della
tecnologia informatica e alla nostra partecipazione con
essa. Ma torniamo al Web e alla sua evoluzione: la terza
fase, auspicata e ancora non realizzata, è – proprio
grazie ad un’organizzazione dei contenuti migliore
attraverso i tag – la creazione di una rete di
informazioni semantiche. Secondo questa visione, dovrà
essere possibile per noi trovare esattamente
l’informazione che cerchiamo, semplicemente fornendo
una domanda: uno degli esempi che viene fornito è il
fissare un appuntamento con un dentista. Il nostro compito
sarà semplicemente quello di inserire giorno, ora, luogo,
figura professionale – quale il dentista – e il
computer ci restituirà una schermata con tutti i dentisti
che in quella data ora di quel dato giorno, in quel
determinato luogo, sono disponibili per farci una visita:
successivamente dovremmo solo provvedere alla prenotazione
o meno.
Affidare la nostra memoria a qualcosa di sicuro e che senza
problemi ci restituisca le informazioni che cerchiamo
quando ne abbiamo bisogno. Un tempo era demandato ai
ritratti il ricordo nella storia; poi la fotografia, poi il
video; oggi il bit. E non solo, tutte queste informazioni
dobbiamo poterle portare con noi, sempre. Le memorie di
massa, lo abbiamo scritto, hanno raggiunto dimensioni
enormi, in byte; fisicamente inoltre stanno diventando
sempre più piccole. Si pensi alle schede di memoria:
piccole piastrine che contengono milioni di informazioni. E
non solo: computer dedicati esclusivamente alla
conservazione della memoria. Con un semplice strumento,
quale è ormai il telefonino, ovunque noi siamo possiamo
collegarci a questi computer, cercare e scaricare le nostre
informazioni: rivedere foto, video, ascoltare musica,
contattare delle persone (telefonicamente e via mail/sms),
navigare su internet, fissare appuntamenti, etc. etc. etc.
In più noi stessi siamo testimoni, meglio reporter, di
tutto quanto accade: possiamo in qualsiasi momento
raccogliere un frammento di vita con una foto e con un
video, metterlo su internet e renderlo disponibile a tutti.
Si torna all’ideale del Panopticon, questa volta
digitale, nel quale il punto centrale è ogni singolo
individuo che può tenere sotto controllo ogni angolo del
mondo.
Se, seguendo le teorie di McLuhan, le tecnologie sono
estensioni del nostro corpo, nonché amplificazioni dei
nostri sensi, in questo caso abbiamo una tecnologia che non
è più relativa ad un senso particolare, ma ad un organo, il
più importante del nostro corpo: il cervello. La
possibilità di demandare la nostra memoria ad un elemento
esterno al nostro corpo, riporta alla mente le riflessioni
di Locke sul concetto di persona
e
di io.
Locke proponeva l’esempio del mignolo: se lo perdiamo
e continuiamo ad avere coscienza di noi, nonché il corpo
continua a vivere, quell’estensione del nostro corpo
non è depositaria della nostra coscienza/consapevolezza.
Nel momento in cui però, riflettiamo oggi, tutto il nostro
bagaglio di conoscenze, presenti e passate, è trasportabile
in un elemento esterno al nostro corpo (si pensi ad esempio
ad una periferica di memorizzazione mignolo-USB),
allora l’interrogativo che dobbiamo porci è
nuovamente dove risieda l’io. Si pensi anche al
racconto di Shoemaker, sul caso del signor Brownson, ovvero
il trapianto di cervello del signor Brown nel corpo del
signor Johnson. Il nuovo soggetto è identificabile, in
quanto riconosciuto dagli altri, come il signor Johnson ma
questo essere non sa chi siano le persone che lo salutano.
Il corpo di Johnson possiede la memoria e le coscienze di
Brown. Riportando l’esempio ai giorni nostri, se
abbiamo la possibilità di trasferire la nostra conoscenza
su un dispositivo esterno, chi siamo noi?
Dov’è il nostro io?
Mettiamo che si abbia su di un dispositivo la memoria del
Sig. Brown; mettiamo anche che questo dispositivo sia in
grado di riconoscere i volti delle persone che incontro
(nei fatti esiste); ebbene, io saprò immediatamente tutte
le informazioni che Brown aveva delle persone che incontro.
La memoria altrui si muove con me e, per estensione, la mia
stessa memoria si muove indipendentemente da me. È come la
musica digitale che oggi si muove senza alcun supporto
fisico e materiale determinato. La nostra memoria, come un
mp3, è solo un file, un insieme di bit, di informazioni.
Platone e Socrate discutevano della scrittura come
strumento di comunicazione della conoscenza senza la
presenza fisica dell’emittente: oggi la riflessione
resta valida con le ovvie aggiunte. Non è più una
situazione di trasmissione della parola orale ma di tutto
il patrimonio mentale di una persona (questo trasferimento
della memoria è riscontrabile anche nella cinematografia
nel pluri-citato Matrix).
Eppure, questa testimonianza digitale porta a riflettere su
un altro aspetto che collega le tecnologie digitali alla
memoria. Come ricorda Manovich, il digitale permette di
ricreare oggetti reali al computer. Si pensi ai numerosi
film di fantascienza (ma di recente anche di altri generi)
nei quali persone, cose, animali, piante vengono ricreate
al computer e poi montate in relazione ad attori e ambienti
naturali. L’analista russo sottolinea inoltre come
sia necessario “peggiorare” l’aspetto di
questi elementi ricreati affinché, all’occhio umano,
appaiano il più naturali possibili, con le imperfezioni che
siamo abituati a vedere nel mondo circostante. Il digitale
è troppo perfetto e si deve adeguare al naturale.
Questa possibilità di creare oggetti che appaiano del tutto
reali implica evidentemente un cambiamento nella gestione
della memoria. Spesso si parla di falsificazione, ovvero
l’inserire elementi che non appartengono al contesto
nel quale sono inseriti: per intenderci, si pensi alla
famosa foto scattata il giorno della liberazione di
Berlino. Un soldato russo, ritratto con una bandiera in
mano, che sventola sul panorama della città tedesca, ancora
in fiamme. Negli ultimi anni sono stati espressi dubbi
sulla veridicità di questa foto e, dopo diverse analisi,
tecniche e storiche, si è scoperto essere un falso: il
soldato era effettivamente a Berlino con una bandiera, ma
la foto (orologi scomparsi e i fumi sullo sfondo) sono
stati aggiunti in fase di sviluppo della foto. Ancora, era
stato il fotografo a portare la bandiera al soldato e
dirgli di mettersi in posa. Questo episodio testimonia come
siano state consegnate alla memoria storica e collettiva,
dei falsi, degli eventi che non si sono veramente
verificati. È su questa scia che si dubita ancora dei
filmati sul primo atterraggio sulla Luna da parte degli
Americani. Ed oggi con il digitale è possibile modificare
perfettamente un’immagine senza lasciare traccia: è
possibile creare dei fotomontaggi più che perfetti, reali.
E dunque, il pericolo è ancora più grave: cosa verrà
consegnato alla nostra memoria futura? Potremmo essere
testimoni passivi di eventi che non si sono mai verificati.
Si ricorda un po’ quanto viene rappresentato in film
come Blade Runner, dove nell’automa viene registrato
un passato non suo – ma lui è convinto di esserne
invece padrone; e come non ricordare il pluri-citato e
analizzato Matrix, con una realtà del tutto artificiale,
eppure reale per chi la vive (dacché il reale è tutto ciò
che viene percepito dall’essere umano).
Bibliografia
Buffardi
A., Web
Sociology. Il sapere nella Rete, Carocci,
Roma, 2006.
Flichy P., Une
Histoire de la Communication
Moderne,
La Découverte, Paris, 1991.
Locke J., An essay
concerning human under standing, Clarendon
Press, Oxford, 1975.
Manovich L., Il
linguaggio dei nuovi media, Olivares,
Milano, 2005.
Shoemaker S., Self-Knowledge
and Self-Identity, Cornell
University Press, Ithaca, 1963.
Weinberger D., Everything
Is Miscellaneous: The Power of the New Digital
Disorder, Times Books,
New York, 2007.