“Culture, media,
and public discourse”
di Mark D.
Jacobs e Anna Lisa Tota
Numero monografico
in cooperazione con la sezione “Culture”
dell’ American Sociological
Association
Prefazione:
di
Carmen Leccardi
Questo terzo numero
della Newsletter della Sezione “Processi e
istituzioni culturali”, frutto di una collaborazione
con l’American Sociological Association e curato da
Anna Lisa Tota e Mark D. Jacobs, porta l’attenzione
sull’intreccio fra culture, media e discorso
pubblico. Le culture rinviano ad un universo – per
meglio dire ad una struttura - di possibili scelte, alla
capacità degli esseri umani, evocando Bauman, di
riappropriarsi in modo creativo di un universo che essi
stessi hanno contribuito a creare. In questo processo
libertà e dipendenza, esercizio del potere e forme di
resistenza al potere appaiono indisgiungibili. I media, in
quanto oggetti culturali per eccellenza e a loro volta
creatori di culture, contribuiscono in modo significativo,
è noto, a costruire l’esperienza umana. I new media
in particolare, creando nuove forme di relazione e di
azione nello spazio sociale planetario, ridefiniscono non
solo i confini fra le culture, ma i loro stessi
significati. Come Benjamin aveva intuito con largo
anticipo, le nuove tecnologie agevolano i processi di
democratizzazione, offrendo nuove opportunità
all’azione sociale. Ad ogni modo, siano
‘vecchi’ o nuovi, in quanto sedimentazioni
culturali i media ci costringono a confrontarci con la
dimensione della responsabilità morale – il nesso
oggi così intenso fra commercializzazione, media e cultura
rende, se possibile, l’aspetto morale ancora più
centrale.
Ma c’è un altro aspetto della relazione fra media e
cultura sul quale i contributi di questa newsletter
attirano lo sguardo. Si tratta della relazione strategica
fra cultura, media e sfera pubblica. Se la diffusione dei
mezzi di comunicazione a stampa ha svolto un ruolo di primo
piano nella costruzione di forme di vita pubblica sino a
quel momento sconosciute, offrendo nuove articolazioni
dell’opinione pubblica, i media contemporanei possono
svolgere un ruolo decisivo nel processo di allargamento
della sfera pubblica, sostenendo ad esempio in modo attivo
lo sviluppo di quella società civile globale al centro
della riflessione del pensiero politico contemporaneo.
Anche in questo caso, tuttavia, Giano appare bifronte.
L’altra faccia della globalizzazione mediatica
disegna la nascita di nuovi imperi (quello di Murdoch è un
buon esempio) mentre - come scrive, fra gli altri, David
Held - i valori e i giudizi dei cittadini subiscono sempre
più l’influenza non solo di scambi culturali, ma
anche di gruppi di pressione organizzati su scala globale.
In modo ambivalente, questa realtà può produrre dunque
nuove forme di cosmopolitismo, ma anche chiusure inedite,
inedite forme di diseguaglianza e ‘città
fortificate’, forme di difesa estrema contro
l’altro e la differenza di cui è portatore. La sfera
pubblica da un lato si allarga ma, dall’altro,
diventa più fragile, appare più soggetta ai rischi della
colonizzazione. Le pratiche culturali pubbliche della
memoria – come diversi articoli di questa newsletter
mettono ad esempio in luce – portano in modo palese
l’impronta di questa ambivalenza.
In sintesi: le riflessioni di seguito presentate, al di là
delle diversità degli approcci e dei temi prescelti,
utilizzano il ricco vocabolario offerto dalla sociologia
della cultura e della comunicazione per confrontarsi in
modo diretto con le contraddizioni, le vulnerabilità, ma
anche le potenzialità di azione che caratterizzano la vita
pubblica globale dei nostri giorni.
Introduction:
di Anna Lisa Tota e Mark D. Jacobs
The third issue of the Newsletter of the Section on
Cultural Processes and Institutions of the Italian
Sociological Association explores the relation among media,
culture, and public discourse. It is produced in
collaboration with the Section on the Sociology of Culture
of the American Sociological Association, with the aim of
promoting exchange between the Italian Sociological
Association and peer associations around the world.
Associations as well as individuals benefit by integrating
themselves into global “webs of group
affiliation.”
In the contemporary world, media, culture, and public
discourse are mutually constitutive. Each term at once
frames and is framed by each of the others. The media help
shape culture through its power to publicize, but the media
themselves are shaped by culture. The media can selectively
direct the public’s attention, but only by taking
into account the public’s receptivity. Public
discourse helps create culture even while embodying it. The
different essays in this issue represent a range of
perspectives on the relation between culture, media, and
public discourse. They give voice to some of the
world’s leading scholars of this field, both in Italy
and beyond. We would like to think they do so in a most
instructive manner.
In the contemporary world, “culture” is perhaps
the essential concept for understanding conflicts and
controversies, as well as the expansion of mutual
understanding. Globalization makes this an increasingly
urgent goal. As what used to be called “culture
contacts” multiply on a global scale, such conflicts,
controversies, and mutual understandings multiply as well,
their impacts magnified or dampened by patterns of media
coverage. Violence, justice, democracy, economic crisis,
identity, and trauma remain abstract categories until
particular cases are specified by the cultural codes that
give them empirical content. This becomes evident, for
example, when one applies analytical categories drawn from
Western contexts to Eastern ones, potentially generating
dramatic misunderstandings and instances of intellectual
colonization.
As a sociological concept, “culture” has
evolved from its meaning in classical theory. While many
contemporary sociologists no longer uncritically accept
Weber’s assumption that culture is “the
switchman of history” or Durkheim’s assumption
that culture is the core of social solidarity, most reject
Marx’s assumption that culture is a mere
epiphenomenon of economics. This explains the importance of
Gramsci to contemporary sociological theory. Clifford
Geertz proclaimed a generation ago that we now conceive
culture as “a context, not a force.” Some would
argue today that culture is both a context and a
force. But across the range of different sociological
schools, culture is now conceived to be autonomous as the
central medium of meaning, identity, and domination.
Culture knits together present, past, and future. We live
in the present, but it is only the moving specious junction
of past and future. The past consists of collective and
individual memories that are continually remade by the
emergent purposes and identities of the present, which they
in turn help construct. The future is at least in part ours
to choose. Thus knowledge of culture is a strategic
resource not only for the articulation of conflicts,
controversies, and shared understandings, but also for the
preservation and transmutation of identities and moral
boundaries. Culture can never be entirely mediatised; a
crucial task for cultural sociologists is to evaluate the
quality of public discourse about crucial events that mark
societies in indelible ways. Can we, as sociologists, help
engineer continuities and discontinuities between past and
future that improve our quality of life? That is the
largest question that animates the essays to
follow.
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Comitato
scientifico
Carmen Leccardi
(Coordinatrice), Alberto Marinelli, Roberta Paltrinieri,
Gianfranco Pecchinenda, Raimondo Strassoldo, Anna Lisa
Tota, Paolo Volontè.
Hanno collaborato a
questo numero
Piergiorgio Degli Esposti
(Redattore), Michele Bonazzi