Numero 3/2009

“Culture, media, and public discourse”
di Mark D. Jacobs e Anna Lisa Tota
Numero monografico
in cooperazione con la sezione “Culture” dell’ American Sociological Association


Prefazione:
di Carmen Leccardi

Questo terzo numero della Newsletter della Sezione “Processi e istituzioni culturali”, frutto di una collaborazione con l’American Sociological Association e curato da Anna Lisa Tota e Mark D. Jacobs, porta l’attenzione sull’intreccio fra culture, media e discorso pubblico. Le culture rinviano ad un universo – per meglio dire ad una struttura - di possibili scelte, alla capacità degli esseri umani, evocando Bauman, di riappropriarsi in modo creativo di un universo che essi stessi hanno contribuito a creare. In questo processo libertà e dipendenza, esercizio del potere e forme di resistenza al potere appaiono indisgiungibili. I media, in quanto oggetti culturali per eccellenza e a loro volta creatori di culture, contribuiscono in modo significativo, è noto, a costruire l’esperienza umana. I new media in particolare, creando nuove forme di relazione e di azione nello spazio sociale planetario, ridefiniscono non solo i confini fra le culture, ma i loro stessi significati. Come Benjamin aveva intuito con largo anticipo, le nuove tecnologie agevolano i processi di democratizzazione, offrendo nuove opportunità all’azione sociale. Ad ogni modo, siano ‘vecchi’ o nuovi, in quanto sedimentazioni culturali i media ci costringono a confrontarci con la dimensione della responsabilità morale – il nesso oggi così intenso fra commercializzazione, media e cultura rende, se possibile, l’aspetto morale ancora più centrale.
Ma c’è un altro aspetto della relazione fra media e cultura sul quale i contributi di questa newsletter attirano lo sguardo. Si tratta della relazione strategica fra cultura, media e sfera pubblica. Se la diffusione dei mezzi di comunicazione a stampa ha svolto un ruolo di primo piano nella costruzione di forme di vita pubblica sino a quel momento sconosciute, offrendo nuove articolazioni dell’opinione pubblica, i media contemporanei possono svolgere un ruolo decisivo nel processo di allargamento della sfera pubblica, sostenendo ad esempio in modo attivo lo sviluppo di quella società civile globale al centro della riflessione del pensiero politico contemporaneo.
Anche in questo caso, tuttavia, Giano appare bifronte. L’altra faccia della globalizzazione mediatica disegna la nascita di nuovi imperi (quello di Murdoch è un buon esempio) mentre - come scrive, fra gli altri, David Held - i valori e i giudizi dei cittadini subiscono sempre più l’influenza non solo di scambi culturali, ma anche di gruppi di pressione organizzati su scala globale. In modo ambivalente, questa realtà può produrre dunque nuove forme di cosmopolitismo, ma anche chiusure inedite, inedite forme di diseguaglianza e ‘città fortificate’, forme di difesa estrema contro l’altro e la differenza di cui è portatore. La sfera pubblica da un lato si allarga ma, dall’altro, diventa più fragile, appare più soggetta ai rischi della colonizzazione. Le pratiche culturali pubbliche della memoria – come diversi articoli di questa newsletter mettono ad esempio in luce – portano in modo palese l’impronta di questa ambivalenza.
In sintesi: le riflessioni di seguito presentate, al di là delle diversità degli approcci e dei temi prescelti, utilizzano il ricco vocabolario offerto dalla sociologia della cultura e della comunicazione per confrontarsi in modo diretto con le contraddizioni, le vulnerabilità, ma anche le potenzialità di azione che caratterizzano la vita pubblica globale dei nostri giorni.

Introduction:
di Anna Lisa Tota e Mark D. Jacobs

The third issue of the Newsletter of the Section on Cultural Processes and Institutions of the Italian Sociological Association explores the relation among media, culture, and public discourse. It is produced in collaboration with the Section on the Sociology of Culture of the American Sociological Association, with the aim of promoting exchange between the Italian Sociological Association and peer associations around the world. Associations as well as individuals benefit by integrating themselves into global “webs of group affiliation.”
In the contemporary world, media, culture, and public discourse are mutually constitutive. Each term at once frames and is framed by each of the others. The media help shape culture through its power to publicize, but the media themselves are shaped by culture. The media can selectively direct the public’s attention, but only by taking into account the public’s receptivity. Public discourse helps create culture even while embodying it. The different essays in this issue represent a range of perspectives on the relation between culture, media, and public discourse. They give voice to some of the world’s leading scholars of this field, both in Italy and beyond. We would like to think they do so in a most instructive manner.
In the contemporary world, “culture” is perhaps the essential concept for understanding conflicts and controversies, as well as the expansion of mutual understanding. Globalization makes this an increasingly urgent goal. As what used to be called “culture contacts” multiply on a global scale, such conflicts, controversies, and mutual understandings multiply as well, their impacts magnified or dampened by patterns of media coverage. Violence, justice, democracy, economic crisis, identity, and trauma remain abstract categories until particular cases are specified by the cultural codes that give them empirical content. This becomes evident, for example, when one applies analytical categories drawn from Western contexts to Eastern ones, potentially generating dramatic misunderstandings and instances of intellectual colonization.
As a sociological concept, “culture” has evolved from its meaning in classical theory. While many contemporary sociologists no longer uncritically accept Weber’s assumption that culture is “the switchman of history” or Durkheim’s assumption that culture is the core of social solidarity, most reject Marx’s assumption that culture is a mere epiphenomenon of economics. This explains the importance of Gramsci to contemporary sociological theory. Clifford Geertz proclaimed a generation ago that we now conceive culture as “a context, not a force.” Some would argue today that culture is both a context and a force. But across the range of different sociological schools, culture is now conceived to be autonomous as the central medium of meaning, identity, and domination.
Culture knits together present, past, and future. We live in the present, but it is only the moving specious junction of past and future. The past consists of collective and individual memories that are continually remade by the emergent purposes and identities of the present, which they in turn help construct. The future is at least in part ours to choose. Thus knowledge of culture is a strategic resource not only for the articulation of conflicts, controversies, and shared understandings, but also for the preservation and transmutation of identities and moral boundaries. Culture can never be entirely mediatised; a crucial task for cultural sociologists is to evaluate the quality of public discourse about crucial events that mark societies in indelible ways. Can we, as sociologists, help engineer continuities and discontinuities between past and future that improve our quality of life? That is the largest question that animates the essays to follow.

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Comitato scientifico

Carmen Leccardi (Coordinatrice), Alberto Marinelli, Roberta Paltrinieri, Gianfranco Pecchinenda, Raimondo Strassoldo, Anna Lisa Tota, Paolo Volontè.

Hanno collaborato a questo numero
Piergiorgio Degli Esposti (Redattore), Michele Bonazzi